Uso delle tane
All’interno dei territori di ciascuna coppia o gruppo di volpi è presente un certo
numero di tane utilizzate per l’allevamento di piccoli. Le stesse tane vengono generalmente
riutilizzate per più anni consecutivi se non intervengono modificazioni dell’ambiente o
fattori di disturbo. A partire dal tardo inverno, in coincidenza con l’epoca degli
accoppiamenti, la femmina comincia a predisporre una o più tane in cui darà alla
luce in marzo-aprile i piccoli. A partire dalla nascita dei cuccioli e fino al momento in cui
essi inizieranno a condurre vita autonoma, l’uso delle tane può essere suddiviso in tre
periodi principali, definibili come: pre-emergenza, uso ristretto, uso allargato. Il primo
periodo corrisponde al lasso di tempo che intercorre tra il parto e la prima apparizione dei
cuccioli all’esterno. Il secondo periodo corrisponde alla fase in cui la vita e
l’attività dei cuccioli si svolge nelle immediate vicinanze della tana. Il terzo periodo
precede il distacco dei cuccioli dai genitori ed è caratterizzato da un uso allargato
delle tane, in cui spesso più tane vengono usate contemporaneamente.
La durata dei tre periodi è di circa 4-5 settimane ciascuno. Nel corso di ciascun
periodo le cucciolate, se necessario, possono essere spostate alternativamente in più
tane differenti. In altri casi la cucciolata può essere divisa in due tane o più
cucciolate possono essere riunite in una stessa tana. Tale "dinamismo" deve essere
tenuto in considerazione nel caso si intenda procedere al censimento delle tane attive, in
quanto può condurre a errori grossolani nella stima.
Alimentazione
Il successo e la grande diffusione della volpe è dovuto in gran parte alla sua
capacità di utilizzare una grande varietà di risorse alimentari. La volpe
è di per sè un predatore assai eclettico, in grado di catturare prede di
piccole o medie dimensioni che vanno dagli invertebrati ai giovani ungulati. A ciò
si sono aggiunte le enormi potenzialità rappresentate da fonti alimentari rese
disponibili direttamente o indirettamente dalle attività umane: discariche di rifiuti,
animali da cortile, massicci ripopolamenti con selvaggina allevata che costituisce una facile
preda ecc..
La dieta della volpe si presenta quindi estremamente variabile sia stagionalmente
sia in aree diverse, anche molto vicine. La possibilità di utilizzare
alternativamente risorse localmente o temporaneamente più abbondanti
o accessibili comporta due conseguenze principali: la prima è la possibilità
per la volpe di mantenere spesso elevate densità anche in caso di drastica
diminuzione di una delle risorse normalmente disponibili; la seconda è
la scomparsa dei processi di compensazione della pressione predatoria che normalmente
contraddistinguono in natura i rapporti preda-predatore. Ciò significa
che la densità di prede non determina, se non in misura molto limitata,
la densità del predatore, o anche, in altri termini, che il predatore
può esercitare una pressione elevatissima su una certa preda, diminuendone
sensibilmente la densità, senza ricavarne un danno neppure a medio o
lungo termine. Ad esempio la predazione sui nidi può divenire un importante
fattore limitante per la specie preda, pur rivestendo complessivamente un ruolo
marginale nella dieta del predatore.
Le specie opportuniste si configurano pertanto come predatori in grado di influenzare
pesantemente, quantomeno a livello locale, la densità e la dinamica di
talune specie preda e ciò è tanto più probabile quanto
maggiore è la disponibilità di risorse alternative.In altri termini
esiste la possibilità che tali specie, potendo contare su una grande
varietà di fonti alternative, siano in grado di esercitare "opportunisticamente"
una costante ed elevata pressione predatoria sulla selvaggina indipendentemente
dalle oscillazioni numeriche di quest’ultima. Tale pressione può risultare
particolarmente elevata proprio perchè non compensata dai normali meccanismi
di "feedback".
Densità e struttura delle popolazioni
La densità di una popolazione naturale è soggetta sempre a modificazioni
stagionali, eventualmente anche di medio-lungo periodo, pertanto i confronti
tra densità rilevate in aree diverse hanno senso se riferiti al medesimo
periodo stagionale. Le densità rilevate in natura risultano estremamente
variabili, come conseguenza delle caratteristiche di plasticità della
specie già evidenziate. Le risorse trofiche rivestono comunque un ruolo
decisivo nel determinare la dimensione dei territori vitali e, di conseguenza,
la densità della popolazione. Il rapporto tra i sessi, paritario alla
nascita , subisce in seguito modificazioni che possono essere anche legate all’andamento
stagionale della mortalità. Il rapporto tra le classi di età vede
in genere una elevata percentuale di giovani dell’anno e subadulti, condizione
che va collegata da un lato alla mediamente alta produttività delle popolazioni
di volpe, dall’altro all’elevato tasso di mortalità, in gran parte da
collegare al prelievo operato dall’uomo e a malattie infettive, come la rabbia,
o parassitosi, come la rogna sarcoptica, che le caratterizza.
Tassi elevati di mortalità e di produttività inducono evidentemente
nella popolazione un elevato turn-over annuale, stimabile mediamente attorno
ai 2/3 dell’intera popolazione post-riproduttiva (Lloyd et al., 1976)
con conseguenze importanti dal punto di vista gestionale.
Meccanismi di autoregolazione della popolazione
Tutte le popolazioni
animali possiedono meccanismi che tendono a mantenere il numero degli individui
in equilibrio con le risorse ambientali disponibili. In termini estremamente
sintetici, esiste un numero ottimale di individui a cui tende la popolazione
in un dato territorio e che resterà invariato una volta raggiunto l’equilibrio.
Il numero di individui della popolazione può diminuire drasticamente
a seguito di eventi anormali di mortalità, quali epizoozie, eventi climatici
o prelievo da parte dell’uomo, tuttavia il numero tenderà a riassestarsi
verso l’equilibrio, una volta che cessi l’azione del fattore limitante. La velocità
con cui la popolazione ricostituisce le dimensioni ottimali dipende da numerose
caratteristiche proprie delle varie specie e delle varie popolazioni. Nel caso
della volpe è stato più volte osservato come questa velocità
sia elevatissima, grazie proprio ai parametri descritti in precedenza per le
popolazioni volpine. Ad una riduzione della densità dovuta a fattori
esterni la popolazione può rispondere essenzialmente attraverso tre modalità:
l’aumento del tasso di natalità, la diminuzione del tasso di mortalità
e l’aumento del tasso di immigrazione; risulta quindi evidente come l’elevata
produttività, il rapido turn-over e l’esistenza di una cospicua frazione
"itinerante" siano tutti elementi che consentono una rapida ripresa
della popolazione di volpi in seguito a eventi che ne abbassino drasticamente
la densità locale.
Censimenti e indici di abbondanza
La conoscenza della consistenza e della dinamica delle popolazioni naturali
è un elemento imprescindibile per la loro corretta gestione, tuttavia
le difficoltà tecniche e l’impegno necessario al raggiungimento di questi
obiettivi possono essere estremamente variabili a seconda delle caratteristiche
biologiche di ciascuna specie e delle condizioni ambientali in cui si deve operare.
Nel caso della volpe, come di altri carnivori, è quasi sempre molto difficile
raggiungere buone stime di densità, se non a prezzo di sforzi che risultano
in genere improponibili. In particolare i censimenti diretti, cioè basati
sull’avvistamento diretto degli animali, sono applicabili solo in condizioni
estremamente favorevoli, che solo molto raramente si verificano (Sargeant et
al., 1975), mentre più utilizzabili risultano metodi di stima indiretta
della popolazione. I metodi indiretti considerati più utilmente applicabili
per la volpe sono:
1) Cattura-marcatura-ricattura, anche noto come Indice di Lincoln-Petersen.
Questo metodo, in termini molto sintetici, prevede la cattura di un certo numero di individui
in una certa area, il loro marcamento e il successivo rilascio. Successivamente, dopo un lasso
di tempo prestabilito, si procede a una seconda campagna di catture e si verifica il rapporto
numerico esistente tra gli individui marcati e quelli non marcati all’interno del campione
catturato. Attraverso alcune semplici elaborazioni è possibile ottenere una buona stima
del numero complessivo di individui presenti.
2) Conta del numero di tane occupate.
Dopo una prima fase in cui si procede, durante la stagione di inutilizzo, alla individuazione
e mappatura di tutte le tane presenti in una certa area, si effettua il conteggio delle tane
effettivamente utilizzate in epoca riproduttiva. In questo senso il dato ottenibile non
può che rappresentare un indice di abbondanza a meno che siano noti, attraverso altre
indagini, alcuni parametri essenziali della popolazione (percentuale di femmine che non si
riproduce, rapp. ind. territoriali/ind. itineranti ecc.).
3) Il conteggio delle tracce e/o delle feci su transetti definiti.
Prevede l’effettuazione regolare di percorsi definiti a priori, con terreno umido o
preferibilmente innevato. Fornisce un buon indice di abbondanza laddove esistano condizioni
ambientali favorevoli, oppure predisponendo artificialmente strisce di terreno sabbioso in
cui effettuare il conteggio delle tracce.
4) Il ritmo di frequentazione di stazioni odorifere.
Permette di stimare il numero di individui presenti attraverso il conteggio delle tracce
rilevate nei pressi di stazioni predisposte con esche odorose lungo percorsi casuali di
lunghezza proporzionale all’area da indagare. Le esche vengono poste a distanza di alcune
centinaia di metri al centro di una piccola superficie di terreno approntato in modo da
facilitare la lettura delle tracce, successivamente, per alcuni giorni, si procede al
conteggio giornaliero delle tracce avendo cura di ripristinare il terreno attorno alle esche.
Dopo un sufficiente numero di conteggi è possibile con semplici formule calcolare il
numero di individui presenti nell’area.
5) Il numero di capi abbattuti, che rappresenta un indice della popolazione totale presente
nell'area campione nel momento in cui è stato effettuato il prelievo (Indice Cinegetico
d’Abbondanza).
E’ uno degli indici più tradizionali e largamente utilizzati nei paesi in cui sono
disponibili esaustive e attendibili statistiche sugli abbattimenti venatori. E’ utile
soprattutto per valutare la dinamica di una popolazione a condizione che sia rispettato
l’assunto fondamentale, cioè la costanza nel tempo dello sforzo di caccia. In Italia,
ad eccezione di situazioni circoscritte, si presenta di difficile applicazione a causa della
incompletezza dei dati disponibili sugli abbattimenti venatori.
La raccolta e l'esame sanitario e biometrico delle volpi abbattute possono inoltre fornire
informazioni accessorie sulla biologia della specie e sulle caratteristiche della popolazione
in un determinato ambito territoriale (rapporto sessi e classi di età, regime
alimentare, ecc.) che sono di grande interesse per orientare le scelte gestionali.
Prelievo venatorio
In Italia la volpe è specie cacciabile, ai sensi della L.N. 157/92, dalla
terza domenica di settembre al 31 gennaio. Le normative regionali possono regolamentare
ulteriormente il prelievo. Così come avviene per altre specie di interesse
venatorio non sono disponibili stime attendibili delle popolazioni oggetto di
prelievo, nè viene in genere effettuata alcuna quantificazione o pianificazione
del prelievo. A seguito dello status legale di "nocivo" attribuito
per lungo tempo alla volpe dal T.U. sulla caccia e modificato solo nel 1977,
in generale in Italia l'importanza cinegetica della volpe si può definire
decisamente modesta per la pressochè totale mancanza di tradizioni specifiche.
Non a caso il prelievo è stato e viene effettuato in gran parte al di
fuori del normale periodo di caccia, cioè dopo la chiusura dell'attività
venatoria alla selvaggina stanziale, da squadre con cani da seguita, secondo
una regolamentazione più o meno dettagliata, dettata dalle diverse Amministrazioni
Provinciali. Occorre evidenziare che in questo modo i cacciatori, esercitando
un prelievo che deve essere configurato non come una attività sportiva,
bensì quale forma di controllo in applicazione dell’art. 19 della legge
157/92, vengono investiti di un ruolo del quale dovrebbe farsi carico l’Ente
pubblico attraverso proprio personale addestrato e qualificato. Ciò è
una conseguenza del fatto che esiste tuttora una certa commistione concettuale
e metodologica, anche a livello normativo, tra il prelievo sportivo della fauna
selvatica e il controllo delle popolazioni.
Controllo della popolazione volpina. Il problema del rapporto costi/benefici
In accordo con la L.N. 157/92 (art. 19), il controllo di popolazioni animali
appartenenti a specie cacciabili può essere ammesso qualora queste arrechino
danni alle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche. Nel caso della volpe la
risorsa economica danneggiata è costituita quasi esclusivamente da animali
di bassa corte allevati in maniera non confinata o in spazi di stabulazione
non sufficientemente protetti. Alcune semplici ed economiche misure preventive
possono ridurre sensibilmente, se non eliminare, i danni provocati dalla predazione
delle volpi, ad esempio il ricovero notturno degli animali e la recinzione degli
allevamenti con robusta rete metallica interrata e con la parte terminale sporgente
verso l'esterno. Assai più complesso è il problema legato all’impatto
della predazione sulle specie selvatiche d'interesse venatorio. L'effetto della
predazione della volpe sulla selvaggina è infatti assai variabile in
dipendenza di numerosi fattori locali. Ad esempio sia le densità del
predatore sia quelle delle specie predate, la disponibilità e la dispersione
di fonti di cibo alternative e, nel caso dei ripopolamenti, il grado di adattabilità
degli animali immessi e le tecniche di rilascio utilizzate.
I dati ottenibili dagli studi sul regime alimentare della volpe forniscono informazioni
puramente indicative, poichè, come è già stato evidenziato,
tendono a valutare l'importanza relativa delle diverse specie preda nello spettro
di predazione del carnivoro, ma non sono in grado di quantificare l'effetto
limitante per le diverse specie predate. Da diversi autori la volpe viene indicata
come la specie cui va ascritta in termini percentuali le maggiore predazione
a carico di Anatidi, Galliformi e Lagomorfi, tuttavia anche questa constatazione
non è di per sè sufficiente a chiarire l’importanza della predazione
in rapporto ad esempio ad altri fattori limitanti.
In generale, sulla base dei dati disponibili, è possibile affermare che,
almeno nel caso dei Galliformi, la predazione non influenza significativamente
la densità delle popolazioni nel periodo preriproduttivo e di conseguenza
le variazioni della consistenza media sul medio e lungo periodo, tuttavia può
determinare una contrazione anche notevole della produttività, entrando
localmente in conflitto diretto con gli interessi del mondo venatorio. E’ peraltro
lecito e ragionevole ipotizzare che laddove esistono buone densità di
selvaggina, come nelle aree protette ed in particolare nelle oasi e nelle zone
di ripopolamento e cattura, la predazione della volpe possa limitare la produttività
di talune specie. Inoltre, nella grande maggioranza dei casi, queste aree occupano
superfici modeste e si presentano fortemente disperse nel territorio e tale
condizione può contribuire a determinare una maggiore concentrazione
delle volpi in queste zone.
In definitiva quindi l’impatto sulla selvaggina della volpe, così come
di altri predatori, seppur di difficile quantificazione, è stato confermato
da vari studi, oltre ad essere peraltro intuitivo. In questo senso sembrerebbe
pertanto più che giustificabile la posizione dell’ambiente venatorio,
che considera il controllo della volpe come un importante strumento gestionale
nell’ottica del miglioramento quali-quantitativo dei popolamenti della piccola
selvaggina. In realtà, pur condividendo l’esistenza dell’ impatto predatorio
esercitato dalla volpe, molti tecnici e studiosi di ecologia non concordano
con questo approccio, infatti il punto di contrasto che spesso emerge con l’ambiente
venatorio non sta nell’ammettere una certa pressione della volpe sulla selvaggina,
quanto sulla reale possibilità di intervenire efficacemente per limitare
tale pressione. Osservando i dati disponibili relativi alle campagne di abbattimento
e controllo delle volpi non si può non notare come il numero di volpi
abbattute si mantenga pressochè stabile per molti anni nelle stesse aree
a parità di sforzo. Ciò indica chiaramente come il prelievo non
abbia prodotto alcuna diminuzione della popolazione di volpe, la quale ha evidentemente
compensato immediatamente le perdite subite grazie ai meccanismi di autoregolazione
illustrati in precedenza. La cosa è ampiamente confermata dai ripetuti
tentativi inesorabilmente falliti, di bloccare l’avanzata della rabbia silvestre,
effettuati in tutta Europa per decenni, attraverso la riduzione delle popolazioni
volpine in natura. In molte circostanze si hanno buone ragioni per sostenere
che tali interventi di controllo abbiano in realtà provocato una accelerazione
del fronte epizootico, proprio perchè l’eliminazione delle volpi residenti
richiama altre volpi, spesso portatrici dell’infezione, da territori limitrofi.
Solo attraverso campagne diffuse di vaccinazione delle volpi è stato
possibile fermare l’avanzata della malattia, proprio perchè le volpi
residenti, una volta vaccinate, costituiscono un fronte immune che impedisce
a eventuali volpi infette provenienti da altre aree di assestarsi sul territorio
e di estendere il contagio. In realtà i mezzi utilizzabili dal punto
di vista tecnico e legale per il controllo diretto delle volpi non sono abbastanza
efficaci da garantire il prelievo di una quota consistente della popolazione,
a meno di un impegno, in termini di uomini, mezzi e denaro, decisamente sproporzionato
in relazione ai possibili benefici. D'altra parte l'uso di mezzi non selettivi
non è consentito dall'attuale legislazione italiana e pone, oltre a gravi
ed evidenti problemi di tipo conservazionistico, anche problemi di sicurezza
e di etica. Inoltre una ipotetica campagna di drastico controllo, oltre che
realizzabile solo in aree molto limitate, dovrebbe mantenersi costante nel tempo,
pena la vanificazione dei risultati non appena si allentasse la pressione. Ciò
induce diversi autori a ritenere che un controllo di popolazione della volpe
realmente efficace risulti virtualmente impossibile con il solo ricorso a mezzi
strettamente selettivi (armi da fuoco) e mettendo in atto uno sforzo realizzabile
nel contesto della gestione faunistica corrente.
Tutti questi elementi rendono scettici gli ecologi sulla reale convenienza,
in termini di risorse impiegate e di risultati ottenibili, delle operazioni
di controllo diretto della volpe, se non finalizzate al raggiungimento di obiettivi
molto precisi e limitati nel tempo e nello spazio.
In effetti occorre ricordare che il controllo dei predatori e della volpe in
particolare non è che uno degli strumenti in grado di agire sulla dinamica
delle popolazioni di specie di interesse cinegetico. Ad esso infatti possono
essere contrapposti altri interventi gestionali, riferibili qui genericamente
come miglioramenti ambientali, i quali sono in grado di determinare un notevole
aumento della densità media dei popolamenti di piccola selvaggina e,
contrariamente al controllo dei predatori, producono effetti indotti di tipo
ecologico, paesaggistico ed estetico positivi ed apprezzabili da parte della
generalità dell'opinione pubblica.
Non va infine dimenticato che ogni modificazione stabile di una popolazione
animale non può ottenersi che intervenendo sul suo habitat, agendo soprattutto
sulle risorse alimentari disponibili. In questo senso predatori opportunisti
come la volpe possono essere controllati assai più proficuamente attraverso
misure indirette, tese cioè all' inibizione dei fattori ecologici che
stanno alla base dell’aumento locale delle popolazioni volpine, in particolare:
a) La graduale eliminazione delle discariche di rifiuti a cielo aperto o,
quantomeno, la recinzione delle stesse a prova di animale;
b) L’eliminazione delle operazioni di ripopolamento intese come massiccio
rilascio di selvaggina allevata piuttosto che come reintroduzioni operate su
corrette basi tecnico-scientifiche.
c) L’eliminazione di tutte le fonti alimentari di origine antropica, quali
le discariche abusive, soprattutto avicole, e quant'altro rappresenta scarto
della produzione dell’allevamento.
Nel caso si intenda procedere al controllo diretto delle popolazioni di volpe
si dovranno adottare i metodi caratterizzati dal miglior rapporto tra sforzo
e risultati ottenibili e dal minor disturbo verso altre specie. In tal senso
gli interventi alle tane con l’ausilio di cani specializzati (terriers e bassotti)
durante il periodo riproduttivo ed il tiro notturno con carabina di piccolo
calibro dotata di ottica di mira e l’uso del faro a mano (nel periodo compreso
tra settembre e marzo) rappresentano le scelte migliori.