Volpe Vulpes vulpes

Lunghezza testa-corpo:
57-78 cm; lunghezza coda 30-48 cm.
Peso medio:
6-10 kg.
Distribuzione:
Regione Olartica. Introdotta in Oceania. In Italia manca solo dalle isole minori.


Caratteristiche generali
Colorazione del mantello piuttosto variabile a livello individuale e razziale, con tonalità dominanti da bruno-grigiastre a rosse anche in dipendenza della stagione. Corpo piuttosto allungato con arti relativamente brevi, capo e muso triangolari, coda lunga e folta con punta biancastra. Di abitudini assai più sociali di quanto non si ritenesse in passato, vive in coppie o nuclei familiari fortemente territoriali. Durante la stagione riproduttiva utilizza tane che scava direttamente o sottrae ad altre specie. Estremamente adattabile, ha colonizzato la gran parte degli ambienti, dal livello del mare fino a oltre 2000 m. di altitudine.


Status
Nonostante gli imponenti e regolari piani di controllo attuati in molti paesi la volpe è diffusa e abbondante in gran parte dell’areale europeo. Le popolazioni, pur soggette a forti fluttuazioni più o meno regolari, legate generalmente ai cicli dell’enzoozia rabica, mostrano elevatissime capacità di recupero, con punte di incremento che raggiungono il 70% della popolazione dopo solo un anno dalla cessazione del fattore di mortalità (Bogel et al., 1981). In Italia la rabbia silvestre è oggi sostanzialmente assente in quanto, dopo la diffusione dell’enzoozia silvestre nell’Europa centrale, la malattia sembra essersi arrestata sull’arco alpino, anche grazie a una efficace campagna di vaccinazione della popolazione volpina. In assenza di epizoozie le popolazioni italiane possono essere considerate relativamente stabili e probabilmente mai lontane dalla capacità portante.
In regione la distribuzione nota interessa 153 tavolette (92,2%), cioè pressochè l’intero territorio regionale senza soluzione di continuità dalla pianura al crinale appenninico. Le poche lacune che si possono osservare nell’areale regionale cartografato vanno probabilmente ascritte a carenza di informazioni. A fronte di una omogenea distribuzione esistono peraltro forti differenze tra la pianura, dove la volpe presenta generalmente basse densità, e la fascia collinare e montana, dove si riscontrano densità medio-alte e localmente anche molto elevate.
In provincia di Ferrara la volpe era scomparsa nel 1955, successivamente è ricomparsa all’inizio degli anni ‘80, epoca dopo la quale si stima che sia andata costantemente aumentando (AA.VV., 1994). Nel 1993 nel corso di un censimento delle tane occupate eseguito su tutto il territorio provinciale sono state contate 192 tane, numero che viene considerato molto vicino al totale delle tane effettivamente presenti, corrispondenti a una densità media primaverile di 0,08 coppie/km2. Esistono indicazioni che la volpe in provincia di Ferrara sia tuttora in fase di espansione; è il caso dell’area del Mezzano, dove fino al 1993 esistevano solo sporadiche segnalazioni mentre nella sola stagione di cattura della selvaggina stanziale 1993/94 sono stati avvistati una quindicina di individui (AA.VV., 1994). Tale incremento viene messo in relazione all’aumento delle risorse alimentari di origine antropica e di facile accesso.
In provincia di Forlì-Cesena la volpe, un tempo definita "abbastanza comune" da Zangheri (1957), è oggi diffusa ovunque, comprese le aree litoranee, e localmente abbondante. Da un censimento delle tane occupate, effettuato nel 1991 su un comprensorio collinare di circa 50.000 ettari, sono state individuate 692 tane, corrispondenti a una densità media primaverile di 1,38 coppie/km2 (Gellini et al., 1992).
In provincia di Modena la volpe era scomparsa in pianura già nel secolo scorso ed era considerata "non comunissima" anche in ambito collinare (Massa, 1884 in Ferri, 1992). Negli ultimi decenni la specie ha mostrato un incremento generalizzato che ha portato alla ricolonizzazione della pianura, accertata nel 1983 nei pressi di Finale Emilia (Ferri, 1992). A questo primo accertamento seguirono negli anni successivi molte altre segnalazioni, fino ad una indagine che ha interessato nel 1989 10 aree campione della pianura per complessivi 6.000 ettari, con densità rilevate di femmine riproduttrici comprese tra 1/50 ettari e 1/1400 ettari. Analoghe indagini condotte nella fascia collinare hanno rilevato densità comprese tra 1/100 e 1/450 ettari (Ferri, 1992). In provincia di Parma sono state rilevate in aree protette densità di tane attive variabili da 0,22 a 0,55 per kmq (Nieder et al., 1991).
La volpe sembra in aumento anche nella provincia di Piacenza, dove risulta presente in tutto il territorio provinciale dall’asta del Po al crinale appenninico (AA.VV., 1994). Nel corso di una ricerca specifica sulla distribuzione delle tane in ambito provinciale, effettuata nel 1989, sono state rilevate un totale di 1451 tane, di cui 197 in pianura, 538 in bassa collina, 302 in alta collina e 414 in montagna. La densità media sull’intero territorio provinciale è risultata di 0,67 tane/km2, con i valori più elevati nella fascia collinare. La ricerca ha inoltre evidenziato una positiva correlazione tra la densità di tane e alcune variabili ambientali, tra cui le più importanti sono risultate l’altitudine media e la percentuale di coltivazioni arate a rotazione (Meriggi e Rosa, 1991; AA.VV., 1994).
I dati disponibili indicano per tutta la regione una chiara tendenza nel recente passato all’espansione dell’areale verso la pianura, oltre a un aumento pressochè generalizzato degli effettivi laddove l’areale è consolidato da decenni. Ciò va indubbiamente messo in relazione con l’aumentata disponibilità di risorse trofiche facilmente accessibili e probabilmente con la minore pressione esercitata da parte dell’uomo anche con mezzi non selettivi.


Aspetti della biologia della volpe rilevanti ai fini gestionali

Organizzazione sociale e territorialismo
L’opportunismo e la grande adattabilità della volpe si manifestano non solo a livello trofico, ma anche nella capacità di adattare l’organizzazione sociale, le strategie riproduttive ed il territorialismo. Di norma l’organizzazione sociale prevede la formazione di coppie che utilizzano e difendono un certo territorio, di dimensioni estremamente variabili a seconda principalmente delle risorse alimentari disponibili. Una volta l’anno la coppia si riproduce dando luogo alla formazione di un gruppo costituito dai genitori e dai piccoli. A questo nucleo possono aggiungersi altri individui adulti o sub-adulti, generalmente imparentati, che cooperano nell’allevamento dei piccoli e nella difesa del territorio. Il legame di coppia non corrisponde necessariamente ad una vita in comune dei due partners, infatti il maschio e la femmina vivono a stretto contatto, o comunque intensificano i rapporti, solo durante l’allevamento della prole, mentre a partire dalla tarda estate e durante i mesi invernali i rapporti diventano più blandi, pur continuando a condividere lo stesso territorio.
In altri casi sono note aggregazioni costituite da un maschio e alcune femmine che utilizzano lo stesso territorio, il quale in taluni casi può essere condiviso con altre aggregazioni dello stesso tipo a formare veri e propri branchi.
L’organizzazione sociale della volpe, tendenzialmente solitaria o del tipo a "monogamia temporanea", mostra quindi notevoli possibilità di modificazione verso altri sistemi, quali la poligamia, il gruppo familiare o il branco vero e proprio.
Elemento comune ai vari tipi di organizzazione sembra peraltro essere la tendenza assai precoce dei giovani alla vita autonoma e quindi alla dispersione. Già a partire dalla tarda estate o inizio dell’autunno i giovani, ad un’età di appena 4-5 mesi, mostrano una chiara tendenza a staccarsi dai genitori e ad andare alla ricerca di un proprio territorio. Iniziano quindi in questo periodo dell’anno i movimenti dispersivi che possono portare i giovani a percorrere grandi distanze. La ricerca di un proprio territorio è ovviamente fortemente ostacolata dalla presenza degli individui territoriali che, occupando di fatto tutti i territori disponibili, impediscono ai giovani di stabilirsi in un’area precisa. Al di là quindi del normale turn-over della popolazione, esiste un surplus di individui alla costante ricerca di un territorio in cui riprodursi. Tale componente della popolazione viene definita "itinerante" in contrapposizione a quella "residente", caratterizzata cioè da territorialismo e attività riproduttiva. Nonostante la elevata mortalità naturale cui è soggetta la componente itinerante, essa costituisce sempre una frazione significativa della popolazione.

Uso delle tane

All’interno dei territori di ciascuna coppia o gruppo di volpi è presente un certo numero di tane utilizzate per l’allevamento di piccoli. Le stesse tane vengono generalmente riutilizzate per più anni consecutivi se non intervengono modificazioni dell’ambiente o fattori di disturbo. A partire dal tardo inverno, in coincidenza con l’epoca degli accoppiamenti, la femmina comincia a predisporre una o più tane in cui darà alla luce in marzo-aprile i piccoli. A partire dalla nascita dei cuccioli e fino al momento in cui essi inizieranno a condurre vita autonoma, l’uso delle tane può essere suddiviso in tre periodi principali, definibili come: pre-emergenza, uso ristretto, uso allargato. Il primo periodo corrisponde al lasso di tempo che intercorre tra il parto e la prima apparizione dei cuccioli all’esterno. Il secondo periodo corrisponde alla fase in cui la vita e l’attività dei cuccioli si svolge nelle immediate vicinanze della tana. Il terzo periodo precede il distacco dei cuccioli dai genitori ed è caratterizzato da un uso allargato delle tane, in cui spesso più tane vengono usate contemporaneamente.
La durata dei tre periodi è di circa 4-5 settimane ciascuno. Nel corso di ciascun periodo le cucciolate, se necessario, possono essere spostate alternativamente in più tane differenti. In altri casi la cucciolata può essere divisa in due tane o più cucciolate possono essere riunite in una stessa tana. Tale "dinamismo" deve essere tenuto in considerazione nel caso si intenda procedere al censimento delle tane attive, in quanto può condurre a errori grossolani nella stima.

Alimentazione

Il successo e la grande diffusione della volpe è dovuto in gran parte alla sua capacità di utilizzare una grande varietà di risorse alimentari. La volpe è di per sè un predatore assai eclettico, in grado di catturare prede di piccole o medie dimensioni che vanno dagli invertebrati ai giovani ungulati. A ciò si sono aggiunte le enormi potenzialità rappresentate da fonti alimentari rese disponibili direttamente o indirettamente dalle attività umane: discariche di rifiuti, animali da cortile, massicci ripopolamenti con selvaggina allevata che costituisce una facile preda ecc..
La dieta della volpe si presenta quindi estremamente variabile sia stagionalmente sia in aree diverse, anche molto vicine. La possibilità di utilizzare alternativamente risorse localmente o temporaneamente più abbondanti o accessibili comporta due conseguenze principali: la prima è la possibilità per la volpe di mantenere spesso elevate densità anche in caso di drastica diminuzione di una delle risorse normalmente disponibili; la seconda è la scomparsa dei processi di compensazione della pressione predatoria che normalmente contraddistinguono in natura i rapporti preda-predatore. Ciò significa che la densità di prede non determina, se non in misura molto limitata, la densità del predatore, o anche, in altri termini, che il predatore può esercitare una pressione elevatissima su una certa preda, diminuendone sensibilmente la densità, senza ricavarne un danno neppure a medio o lungo termine. Ad esempio la predazione sui nidi può divenire un importante fattore limitante per la specie preda, pur rivestendo complessivamente un ruolo marginale nella dieta del predatore.
Le specie opportuniste si configurano pertanto come predatori in grado di influenzare pesantemente, quantomeno a livello locale, la densità e la dinamica di talune specie preda e ciò è tanto più probabile quanto maggiore è la disponibilità di risorse alternative.In altri termini esiste la possibilità che tali specie, potendo contare su una grande varietà di fonti alternative, siano in grado di esercitare "opportunisticamente" una costante ed elevata pressione predatoria sulla selvaggina indipendentemente dalle oscillazioni numeriche di quest’ultima. Tale pressione può risultare particolarmente elevata proprio perchè non compensata dai normali meccanismi di "feedback".

Densità e struttura delle popolazioni
La densità di una popolazione naturale è soggetta sempre a modificazioni stagionali, eventualmente anche di medio-lungo periodo, pertanto i confronti tra densità rilevate in aree diverse hanno senso se riferiti al medesimo periodo stagionale. Le densità rilevate in natura risultano estremamente variabili, come conseguenza delle caratteristiche di plasticità della specie già evidenziate. Le risorse trofiche rivestono comunque un ruolo decisivo nel determinare la dimensione dei territori vitali e, di conseguenza, la densità della popolazione. Il rapporto tra i sessi, paritario alla nascita , subisce in seguito modificazioni che possono essere anche legate all’andamento stagionale della mortalità. Il rapporto tra le classi di età vede in genere una elevata percentuale di giovani dell’anno e subadulti, condizione che va collegata da un lato alla mediamente alta produttività delle popolazioni di volpe, dall’altro all’elevato tasso di mortalità, in gran parte da collegare al prelievo operato dall’uomo e a malattie infettive, come la rabbia, o parassitosi, come la rogna sarcoptica, che le caratterizza.
Tassi elevati di mortalità e di produttività inducono evidentemente nella popolazione un elevato turn-over annuale, stimabile mediamente attorno ai 2/3 dell’intera popolazione post-riproduttiva (Lloyd et al., 1976) con conseguenze importanti dal punto di vista gestionale.

Meccanismi di autoregolazione della popolazione
Tutte le popolazioni animali possiedono meccanismi che tendono a mantenere il numero degli individui in equilibrio con le risorse ambientali disponibili. In termini estremamente sintetici, esiste un numero ottimale di individui a cui tende la popolazione in un dato territorio e che resterà invariato una volta raggiunto l’equilibrio. Il numero di individui della popolazione può diminuire drasticamente a seguito di eventi anormali di mortalità, quali epizoozie, eventi climatici o prelievo da parte dell’uomo, tuttavia il numero tenderà a riassestarsi verso l’equilibrio, una volta che cessi l’azione del fattore limitante. La velocità con cui la popolazione ricostituisce le dimensioni ottimali dipende da numerose caratteristiche proprie delle varie specie e delle varie popolazioni. Nel caso della volpe è stato più volte osservato come questa velocità sia elevatissima, grazie proprio ai parametri descritti in precedenza per le popolazioni volpine. Ad una riduzione della densità dovuta a fattori esterni la popolazione può rispondere essenzialmente attraverso tre modalità: l’aumento del tasso di natalità, la diminuzione del tasso di mortalità e l’aumento del tasso di immigrazione; risulta quindi evidente come l’elevata produttività, il rapido turn-over e l’esistenza di una cospicua frazione "itinerante" siano tutti elementi che consentono una rapida ripresa della popolazione di volpi in seguito a eventi che ne abbassino drasticamente la densità locale.


Aspetti gestionali
Il ruolo della volpe, sia dal punto di vista ecologico sia nell'ambito della gestione faunistico-venatoria, è stato oggetto di numerosissimi studi in tutto il mondo. D’altra parte, proprio per l’estrema capacità della volpe di adattarsi alle condizioni ambientali più diverse, i risultati e le conclusioni sono spesso di difficile generalizzazione. Sulla base degli elementi che emergono dall'imponente mole di dati disponibile è comunque possibile definire un quadro generale relativamente al ruolo ecologico della volpe e alle possibili strategie gestionali in funzione dei vari scenari ambientali e antropici.
Di seguito vengono discussi brevemente i principali problemi concernenti l’impatto sulla selvaggina e sulle attività umane, le tecniche di censimento, le problematiche legate al prelievo venatorio e al controllo delle popolazioni. Gran parte delle informazioni e delle considerazioni sono tratte da MacDonald (1987), Boitani e Vinditti (1988), Toso e Giovannini (1991), opere a cui si rimanda per una trattazione più dettagliata.

Censimenti e indici di abbondanza
La conoscenza della consistenza e della dinamica delle popolazioni naturali è un elemento imprescindibile per la loro corretta gestione, tuttavia le difficoltà tecniche e l’impegno necessario al raggiungimento di questi obiettivi possono essere estremamente variabili a seconda delle caratteristiche biologiche di ciascuna specie e delle condizioni ambientali in cui si deve operare. Nel caso della volpe, come di altri carnivori, è quasi sempre molto difficile raggiungere buone stime di densità, se non a prezzo di sforzi che risultano in genere improponibili. In particolare i censimenti diretti, cioè basati sull’avvistamento diretto degli animali, sono applicabili solo in condizioni estremamente favorevoli, che solo molto raramente si verificano (Sargeant et al., 1975), mentre più utilizzabili risultano metodi di stima indiretta della popolazione. I metodi indiretti considerati più utilmente applicabili per la volpe sono:

1) Cattura-marcatura-ricattura, anche noto come Indice di Lincoln-Petersen.
Questo metodo, in termini molto sintetici, prevede la cattura di un certo numero di individui in una certa area, il loro marcamento e il successivo rilascio. Successivamente, dopo un lasso di tempo prestabilito, si procede a una seconda campagna di catture e si verifica il rapporto numerico esistente tra gli individui marcati e quelli non marcati all’interno del campione catturato. Attraverso alcune semplici elaborazioni è possibile ottenere una buona stima del numero complessivo di individui presenti.

2) Conta del numero di tane occupate.
Dopo una prima fase in cui si procede, durante la stagione di inutilizzo, alla individuazione e mappatura di tutte le tane presenti in una certa area, si effettua il conteggio delle tane effettivamente utilizzate in epoca riproduttiva. In questo senso il dato ottenibile non può che rappresentare un indice di abbondanza a meno che siano noti, attraverso altre indagini, alcuni parametri essenziali della popolazione (percentuale di femmine che non si riproduce, rapp. ind. territoriali/ind. itineranti ecc.).

3) Il conteggio delle tracce e/o delle feci su transetti definiti.
Prevede l’effettuazione regolare di percorsi definiti a priori, con terreno umido o preferibilmente innevato. Fornisce un buon indice di abbondanza laddove esistano condizioni ambientali favorevoli, oppure predisponendo artificialmente strisce di terreno sabbioso in cui effettuare il conteggio delle tracce.

4) Il ritmo di frequentazione di stazioni odorifere.
Permette di stimare il numero di individui presenti attraverso il conteggio delle tracce rilevate nei pressi di stazioni predisposte con esche odorose lungo percorsi casuali di lunghezza proporzionale all’area da indagare. Le esche vengono poste a distanza di alcune centinaia di metri al centro di una piccola superficie di terreno approntato in modo da facilitare la lettura delle tracce, successivamente, per alcuni giorni, si procede al conteggio giornaliero delle tracce avendo cura di ripristinare il terreno attorno alle esche. Dopo un sufficiente numero di conteggi è possibile con semplici formule calcolare il numero di individui presenti nell’area.

5) Il numero di capi abbattuti, che rappresenta un indice della popolazione totale presente nell'area campione nel momento in cui è stato effettuato il prelievo (Indice Cinegetico d’Abbondanza).
E’ uno degli indici più tradizionali e largamente utilizzati nei paesi in cui sono disponibili esaustive e attendibili statistiche sugli abbattimenti venatori. E’ utile soprattutto per valutare la dinamica di una popolazione a condizione che sia rispettato l’assunto fondamentale, cioè la costanza nel tempo dello sforzo di caccia. In Italia, ad eccezione di situazioni circoscritte, si presenta di difficile applicazione a causa della incompletezza dei dati disponibili sugli abbattimenti venatori.
La raccolta e l'esame sanitario e biometrico delle volpi abbattute possono inoltre fornire informazioni accessorie sulla biologia della specie e sulle caratteristiche della popolazione in un determinato ambito territoriale (rapporto sessi e classi di età, regime alimentare, ecc.) che sono di grande interesse per orientare le scelte gestionali.

Prelievo venatorio
In Italia la volpe è specie cacciabile, ai sensi della L.N. 157/92, dalla terza domenica di settembre al 31 gennaio. Le normative regionali possono regolamentare ulteriormente il prelievo. Così come avviene per altre specie di interesse venatorio non sono disponibili stime attendibili delle popolazioni oggetto di prelievo, nè viene in genere effettuata alcuna quantificazione o pianificazione del prelievo. A seguito dello status legale di "nocivo" attribuito per lungo tempo alla volpe dal T.U. sulla caccia e modificato solo nel 1977, in generale in Italia l'importanza cinegetica della volpe si può definire decisamente modesta per la pressochè totale mancanza di tradizioni specifiche. Non a caso il prelievo è stato e viene effettuato in gran parte al di fuori del normale periodo di caccia, cioè dopo la chiusura dell'attività venatoria alla selvaggina stanziale, da squadre con cani da seguita, secondo una regolamentazione più o meno dettagliata, dettata dalle diverse Amministrazioni Provinciali. Occorre evidenziare che in questo modo i cacciatori, esercitando un prelievo che deve essere configurato non come una attività sportiva, bensì quale forma di controllo in applicazione dell’art. 19 della legge 157/92, vengono investiti di un ruolo del quale dovrebbe farsi carico l’Ente pubblico attraverso proprio personale addestrato e qualificato. Ciò è una conseguenza del fatto che esiste tuttora una certa commistione concettuale e metodologica, anche a livello normativo, tra il prelievo sportivo della fauna selvatica e il controllo delle popolazioni.


Controllo della popolazione volpina. Il problema del rapporto costi/benefici
In accordo con la L.N. 157/92 (art. 19), il controllo di popolazioni animali appartenenti a specie cacciabili può essere ammesso qualora queste arrechino danni alle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche. Nel caso della volpe la risorsa economica danneggiata è costituita quasi esclusivamente da animali di bassa corte allevati in maniera non confinata o in spazi di stabulazione non sufficientemente protetti. Alcune semplici ed economiche misure preventive possono ridurre sensibilmente, se non eliminare, i danni provocati dalla predazione delle volpi, ad esempio il ricovero notturno degli animali e la recinzione degli allevamenti con robusta rete metallica interrata e con la parte terminale sporgente verso l'esterno. Assai più complesso è il problema legato all’impatto della predazione sulle specie selvatiche d'interesse venatorio. L'effetto della predazione della volpe sulla selvaggina è infatti assai variabile in dipendenza di numerosi fattori locali. Ad esempio sia le densità del predatore sia quelle delle specie predate, la disponibilità e la dispersione di fonti di cibo alternative e, nel caso dei ripopolamenti, il grado di adattabilità degli animali immessi e le tecniche di rilascio utilizzate.
I dati ottenibili dagli studi sul regime alimentare della volpe forniscono informazioni puramente indicative, poichè, come è già stato evidenziato, tendono a valutare l'importanza relativa delle diverse specie preda nello spettro di predazione del carnivoro, ma non sono in grado di quantificare l'effetto limitante per le diverse specie predate. Da diversi autori la volpe viene indicata come la specie cui va ascritta in termini percentuali le maggiore predazione a carico di Anatidi, Galliformi e Lagomorfi, tuttavia anche questa constatazione non è di per sè sufficiente a chiarire l’importanza della predazione in rapporto ad esempio ad altri fattori limitanti.
In generale, sulla base dei dati disponibili, è possibile affermare che, almeno nel caso dei Galliformi, la predazione non influenza significativamente la densità delle popolazioni nel periodo preriproduttivo e di conseguenza le variazioni della consistenza media sul medio e lungo periodo, tuttavia può determinare una contrazione anche notevole della produttività, entrando localmente in conflitto diretto con gli interessi del mondo venatorio. E’ peraltro lecito e ragionevole ipotizzare che laddove esistono buone densità di selvaggina, come nelle aree protette ed in particolare nelle oasi e nelle zone di ripopolamento e cattura, la predazione della volpe possa limitare la produttività di talune specie. Inoltre, nella grande maggioranza dei casi, queste aree occupano superfici modeste e si presentano fortemente disperse nel territorio e tale condizione può contribuire a determinare una maggiore concentrazione delle volpi in queste zone.
In definitiva quindi l’impatto sulla selvaggina della volpe, così come di altri predatori, seppur di difficile quantificazione, è stato confermato da vari studi, oltre ad essere peraltro intuitivo. In questo senso sembrerebbe pertanto più che giustificabile la posizione dell’ambiente venatorio, che considera il controllo della volpe come un importante strumento gestionale nell’ottica del miglioramento quali-quantitativo dei popolamenti della piccola selvaggina. In realtà, pur condividendo l’esistenza dell’ impatto predatorio esercitato dalla volpe, molti tecnici e studiosi di ecologia non concordano con questo approccio, infatti il punto di contrasto che spesso emerge con l’ambiente venatorio non sta nell’ammettere una certa pressione della volpe sulla selvaggina, quanto sulla reale possibilità di intervenire efficacemente per limitare tale pressione. Osservando i dati disponibili relativi alle campagne di abbattimento e controllo delle volpi non si può non notare come il numero di volpi abbattute si mantenga pressochè stabile per molti anni nelle stesse aree a parità di sforzo. Ciò indica chiaramente come il prelievo non abbia prodotto alcuna diminuzione della popolazione di volpe, la quale ha evidentemente compensato immediatamente le perdite subite grazie ai meccanismi di autoregolazione illustrati in precedenza. La cosa è ampiamente confermata dai ripetuti tentativi inesorabilmente falliti, di bloccare l’avanzata della rabbia silvestre, effettuati in tutta Europa per decenni, attraverso la riduzione delle popolazioni volpine in natura. In molte circostanze si hanno buone ragioni per sostenere che tali interventi di controllo abbiano in realtà provocato una accelerazione del fronte epizootico, proprio perchè l’eliminazione delle volpi residenti richiama altre volpi, spesso portatrici dell’infezione, da territori limitrofi. Solo attraverso campagne diffuse di vaccinazione delle volpi è stato possibile fermare l’avanzata della malattia, proprio perchè le volpi residenti, una volta vaccinate, costituiscono un fronte immune che impedisce a eventuali volpi infette provenienti da altre aree di assestarsi sul territorio e di estendere il contagio. In realtà i mezzi utilizzabili dal punto di vista tecnico e legale per il controllo diretto delle volpi non sono abbastanza efficaci da garantire il prelievo di una quota consistente della popolazione, a meno di un impegno, in termini di uomini, mezzi e denaro, decisamente sproporzionato in relazione ai possibili benefici. D'altra parte l'uso di mezzi non selettivi non è consentito dall'attuale legislazione italiana e pone, oltre a gravi ed evidenti problemi di tipo conservazionistico, anche problemi di sicurezza e di etica. Inoltre una ipotetica campagna di drastico controllo, oltre che realizzabile solo in aree molto limitate, dovrebbe mantenersi costante nel tempo, pena la vanificazione dei risultati non appena si allentasse la pressione. Ciò induce diversi autori a ritenere che un controllo di popolazione della volpe realmente efficace risulti virtualmente impossibile con il solo ricorso a mezzi strettamente selettivi (armi da fuoco) e mettendo in atto uno sforzo realizzabile nel contesto della gestione faunistica corrente.
Tutti questi elementi rendono scettici gli ecologi sulla reale convenienza, in termini di risorse impiegate e di risultati ottenibili, delle operazioni di controllo diretto della volpe, se non finalizzate al raggiungimento di obiettivi molto precisi e limitati nel tempo e nello spazio.
In effetti occorre ricordare che il controllo dei predatori e della volpe in particolare non è che uno degli strumenti in grado di agire sulla dinamica delle popolazioni di specie di interesse cinegetico. Ad esso infatti possono essere contrapposti altri interventi gestionali, riferibili qui genericamente come miglioramenti ambientali, i quali sono in grado di determinare un notevole aumento della densità media dei popolamenti di piccola selvaggina e, contrariamente al controllo dei predatori, producono effetti indotti di tipo ecologico, paesaggistico ed estetico positivi ed apprezzabili da parte della generalità dell'opinione pubblica.
Non va infine dimenticato che ogni modificazione stabile di una popolazione animale non può ottenersi che intervenendo sul suo habitat, agendo soprattutto sulle risorse alimentari disponibili. In questo senso predatori opportunisti come la volpe possono essere controllati assai più proficuamente attraverso misure indirette, tese cioè all' inibizione dei fattori ecologici che stanno alla base dell’aumento locale delle popolazioni volpine, in particolare:
a) La graduale eliminazione delle discariche di rifiuti a cielo aperto o, quantomeno, la recinzione delle stesse a prova di animale;
b) L’eliminazione delle operazioni di ripopolamento intese come massiccio rilascio di selvaggina allevata piuttosto che come reintroduzioni operate su corrette basi tecnico-scientifiche.
c) L’eliminazione di tutte le fonti alimentari di origine antropica, quali le discariche abusive, soprattutto avicole, e quant'altro rappresenta scarto della produzione dell’allevamento.
Nel caso si intenda procedere al controllo diretto delle popolazioni di volpe si dovranno adottare i metodi caratterizzati dal miglior rapporto tra sforzo e risultati ottenibili e dal minor disturbo verso altre specie. In tal senso gli interventi alle tane con l’ausilio di cani specializzati (terriers e bassotti) durante il periodo riproduttivo ed il tiro notturno con carabina di piccolo calibro dotata di ottica di mira e l’uso del faro a mano (nel periodo compreso tra settembre e marzo) rappresentano le scelte migliori.